Tred people – Andrea, dal Molise al fascino dell’infinito

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Tred people – Andrea, dal Molise al fascino dell’infinito

Andrea, dal Molise al fascino dell’infinito della stampa 3D

Così come l’uomo senz’anima è solo un ammasso di materia organica, una stampa 3d senza software è un’agglomerato inerme di materiali; o, al massimo, un curioso complemento d’arredo.  La TreD Q_be non fa accezione, e dietro al proprio software nasconde appassionate mani umane. Quelle  di Andrea Bucci ad esempio, classe 1986 da Isernia, cuore del Molise “che non esiste” e di Maccio Capatonda.

La sua in realtà è una testa piuttosto quadra, anche se ben disposta verso la battuta e il divertimento. Quello calcistico magari, praticato sfiorando il professionismo, oggi nei campi amatoriali intorno Siena. Per lui la stampa tridimensionale è una conoscenza piuttosto recente, così come quella di TreD in cui ‘milita’ dall’estate 2015. Recente, quanto appassionata: “il fascino dell’infinito” la definisce.

 

Una tecnologia che affascina. Possibile? Come?

“Nel caso mio sì, anche perchè ha rappresentato una evoluzione inizialmente inattesa lungo un percorso tutto sommato lineare. Sono arrivato a Siena per studiare Scienze e teoria informatica e dopo la Triennale Ingegneria Informatica. In quella fase avevo iniziato a ‘sporcarmi le mani’ con un interessante progetto per testare un neuroprogrammatore linguistico.

Avevo iniziato ad assaggiare le potenzialità dell’intelligenza artificiale, ignorando all’epoca che sulla stessa linea continua avrei potuto imbattermi nel 3D. Mi è capitato poi quasi per caso conoscendo TreD; in quel momento avevo una vaga idea di cosa fosse. Approfondendo appena un po’ ho avuto l’impressione netta di una tecnologia potenzialmente senza limiti, benchè in fase ancora quasi embrionale”.

 

Quanto futuro ha davanti, la stampa 3d?

“Credo davvero molto. La situazione attuale mi ricorda quella a suo tempo attraversata dagli smartphone, che in prima battuta erano sostanzialmente palmari, spesso mal funzionanti. Poi le tecniche si sono affinate, domanda e applicazioni sono esplose. Ed eccoci qua, con questi aggeggi sempre in mano”.

 

E in TreD tu cosa fai?

“La mia esca è stata la programmazione; lo sviluppo e l’ottimizzazione del software di gestione della stampante. Tra settembre e dicembre del 2015 il 90 per cento delle mie giornate sono state dedicate a questo, un tour de force per arrivare a ciò che oggi rende ‘viva’ la macchina quando la si accende.

Un impegno tosto, più di quello che pensavo. Ma anche molto gratificante: la prima Rapsberry che funzionava era la teoria universitaria che diventava realtà tangibile. Attualmente sto apportando continui ritocchi che fanno tesoro dell’esperienza ‘sul campo’ della macchina, in questi giorni soprattutto per la connettività wi-fi.

Lo showcase alla fiera Technology hub ce ne ha suggeriti molti. Ma del resto ogni prossima installazione sarà una occasione preziosa di miglioramento, com’è insito in tutta questa tecnologia. E’ un po’ come avere una Ferrari che alterna rapidi pit stop per rimettersi in pista sempre più ‘bolide’”.

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Chi gioca a calcio con te che idea ha della stampa 3D?

“Ah..la maggior parte inizialmente non ha proprio chiaro il concetto. Poi gli fai il classico esempio della maniglia che ti si rompe in casa e che puoi sostituire con un pezzo stampato da te, e allora gli occhi di chi ti ascolta si illuminano.

Non è un esempio solo teorico: qualche giorno fa qui abbiamo stampato un box sostitutivo per la centralina di un cancello automatico. Noto che alle persone intriga molto la potenzialità del ‘just in time’, potersi riprodurre ciò che serve al momento del bisogno. Sulle prima sembra fantascienza che un attimo dopo puà essere realtà”.

 

A proposito…tra dieci anni come la vedi?

“Chissà. Magari realizzeremo il teletrasporto: io parlo di una cosa con te che stai a 2mila km di distanza e vorresti toccare con mano quella cosa. In qualche secondo ti invio il file, tu te la stampi, a quel punto ce l’abbiamo entrambi…”

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